Only 90 Days

Go Back To New York. Only 90 Days.

90 Days

Il video che riassume i miei 90 giorni a New York city.
Una cartolina lunga piu’ di 5 minuti, che ripercorre passo passo o in ordine sparso le strade e i luoghi di New York e quei tre gelidi mesi oltreoceano.

Girato interamente con una Nikon D7000.
Musica: Lcd Soundsystem – New York I Love You But You’re Bringing Me Down

Day#90

Ecco, come si fa a concludere qualcosa che non si vorrebbe?
La sensazione e’ la stessa dell’ultimo giorno di scuola del liceo o del giorno dei passaggi quando sei bambino al reparto.
Saluti qualcosa con una fitta al cuore ma con la consapevolezza che sia il momento giusto.
Oggi e’ il momento giusto, se non altro perché e’ il 90esimo giorno e questo racconto di viaggio deve , per forza di cose, finire qui.
Ringrazio tutti voi per avermi letto una volta, dieci, o tutti i giorni, per avermi comunicato tanto affetto in tante maniere diverse, per aver apprezzato quello che faccio e come lo faccio, per avermi dato il permesso di raccontare un pezzo di vita a New York, una città che ti accoglie come una mamma, che sa già tutto di te e che ti mette a tuo agio, che e’ piena di ogni cosa, che esagera, che da possibilità e opportunità se le sai cogliere, che ti ferma per strada anche se non ti conosce, che e’ una festa continua, uno sfarzo di luci ma anche una casa bassa e familiare, con le scale e il cancello e il giardino.
Una città che ti rende ogni cosa più facile, che ti spinge a camminarci dentro e a scoprirla nelle sue mille diverse città, tutte unite, insieme sotto un unico nome.
Una città orgogliosa, col fiume e col mare che a volte quasi te ne dimentichi, una citta’ fredda e umorale che presto si riscalderà per regalare colori e odori diversi, la città che ti toglie tante energie ma te le rida’ tutte indietro, in centomila modi diversi.
Una città’ che ti prende per la gola e che, come mi ha detto qualcuno qualche giorno fa, si lascia solo per ritornarci.
Non so se questo vivere qui sarà il mio destino, non so se questa rimarrà una parentesi. Quello che so e’ che torno a Roma piena di fotografie, nella mia Nikon come nella mia testa e che questi 90 giorni mi danno la spinta per vivere anche la mia città in maniera diversa.
Grazie ancora a tutti e arrivederci, a presto!

Day#89

Per celebrare il penultimo giorno a New York, piovoso, plumbeo e freddo come una delle migliori giornate di Novembre, Federico mi ha portato in giro per le gallerie di Chelsea.
Il giovedì di solito ci sono gli opening e tutta la zona dalla 17 in su e’ piena zeppa di gallerie, una attaccata all’altra, quasi tutte aperte.
Le mostre sono obiettivamente variegate, si passa dai quadri di dubbio valore artistico, alle sculture divertenti e un po’ bizzarre, alle fotografie medio formato.
Ma il punto di interesse di tutto questo girovagare sono le persone e i personaggi che vi si incontrano. Ci si può trovare di tutto: dal miliardario vestito casual, alle modelle, alle drag queen, ai signori anziani in papillon, alle giovani coppie con bambini, ai giovincelli squattrinati come noi che approfittano del tour artistico per bere birre gratis e rifocillarsi con hot-dog caldi gentilmente concessi dalla galleria di turno.
Ho salutato quindi Manhattan così, senza pensarci troppo.
Ho incontrato dei simpatici scoiattoli a Washington Square che si facevano imboccare da un vecchietto, assiduo frequentatore della piazza.
Ho salutato marzo in un locale di Brooklyn molto affollato, scattando foto istantanee in bianco e nero dentro una di quelle vecchie cabine di una volta.

Day#88

Oggi ho sfidato il vento e sono tornata a Coney Island.
Ci ero venuta una volta sola a Febbraio, con Ale, ma il vento gelido forte come mai ci aveva impedito di fare qualsiasi cosa.
Sara’ perche’ e’ Marzo, e il mare d’inverno da sempre un po’ quella sensazione di nostalgia; sara’ perche’ era nuvoloso e perche’ il Luna Park era un cantiere aperto, ma tutto aveva realmente tinte decadenti, un po’ surreali.
Fatto sta che anche oggi ho conosciuto personaggi singolari: Haim, padrone del Coney Island Beach Store, mi ha riempito di domande e quando ha scoperto che ero di Roma mi ha commissionato mille foto da far vedere a suo fratello David, gioielliere del ghetto che abita a viale Marconi. Una strana signora vestita di rosso, un po’ cicciotta e con la faccia simpatica di cui non ho ben capito bene la provenienza mi ha chiesto se lavoravo per un giornale: le ho risposto di no ma lei ha comunque voluto farsi scattare delle foto seduta su una panchina in riva al mare, con il suo nuovo ombrello a fiori, aperto. Ho assistito a un set cinematografico, con due ragazzi che si tenevano per mano passeggiando per il lungomare (ho aspettato 10 takes, all’11esimo sono andata via). Ho mangiato patatine con Vivien per poi essere assaliti dai gabbiani.
Salutata Coney Island, stasera cena con le mie Magnum interns-girls. Cibo vietnamita, belle chiacchiere e arrivederci a chissa’ quando e chissa’ dove.
Ho detto ciao anche all’omino della 14esima.
Sono pronta per la valigia.

Day#87

Oggi, ultimo giorno di lavoro.
Ho salutato il 151 sulla W25th concludendo un mim, sistemando i miei progetti nell’hard disk, mangiando thai sulla 23rd con Claudia, bevendo l’ultimo caffe’ dal mio amato Johny, fotografando lui e il suo simpatico aiutante messicano a cui ho dimenticato di chiedere il nome.
La mia esperienza alla Magnum, dunque, finisce qui e torno a Roma con un libro gentilmente donatomi del peso di circa 10kg.
Programmo gli ultimi due giorni in terra americana e inizio a pensare al mio ritorno.

Day#86

Prima o poi doveva accadere: dopo 86 giorni di America, un’indigestione da hamburger doveva arrivare.
Qualcuno di voi pensera’ che e’ scontato e da turistoni venire a vivere a Nyc e mangiare hamburger buonissimi appena si puo’.
Si, puo’ essere, ma anche no. Qui li mangiano tutti, sempre; sono cotti alla perfezione, farciti con maestria, accompagnati sempre da salse e verdure o patatine buonissime.
Su internet pagine e pagine di reviews (e in America contano moltissimo) sul migliore hamburger della citta’.
Ieri sera il veggie burger e’ stato letale, e ora qualcuno di voi pensera’ che mi fermero’ qui. In fondo mancano solo 5 giorni, posso resistere.
E invece no! Domani sera ho un posto prenotato da Dumont, uno dei migliori.
Si perche’ anche dopo indigestioni e crampi, l’hamburger ti tenta con i suoi colori, i suoi sapori e la sua estetica e ti conquista di nuovo.
Non c’e’ scampo.
Probabilmente prima o poi mi ritrovero’ intollerante agli hamburger, un po’ come Meg Ryan coi latticini, su quel treno che correva nelle campagne francesi.

Day#85

In America pure il calcio balilla e’ esagerato: sulla linea del portiere ci sono tre omini invece di uno e i pupazzetti sono giganti, pesano tantissimo e hanno il grip sui piedi.
Anche oltreoceano mi sono fatta valere, grazie anche al valoroso appoggio del mio compagno di squadra francese Vivien.
Qui intanto si inizia a fare il calcolo dello spazio in valigia e a contare i giorni.

Day#84

Oggi, mentre esploravo il Brooklyn Bridge Park seduta su una panchina con -2 gradi al sole, mentre guardavo Manhattan e mentre la mia Nikon registrava tutto, dopo aver visto un barcone passare con duecento ragazzi in maglietta sul ponte tutti scalmanati che ballavano Cotton Eye Joe, ho assistito a una proposta di matrimonio in diretta tra americans-giappo. Tutto era organizzato alla perfezione: lo skyline, l’anello, lui che si mette in ginocchio e due fotografi amici del futuro sposo che saltano fuori dai cespugli e immortalano le lacrime di lei e i suoi continui “Oh My God!!!”.
Ho pensato che solo New York puo’ regalarti questi scorci di vita, cosi per caso, ma ho anche pensato che fa freddissimo, sono ibernata e ho bisogno di sole vero e di calore.
Qui l’inverno sembra non finire mai.

Day#83

Quando la musica la si sa suonare e cantare, non c’e’ niente da fare: puoi essere solo con un violino suonato in braccio o con una strana fisarmonica e cantare da solo o contornato da una band numerosa e discreta, che pezzo per pezzo crea atmosfera e da potenza quando ce n’e’ bisogno.
Alexi Murdoch e’ un ragazzo europeo bravissimo, che ha sfondato in America e che ricorda molto Nick Drake.
Ieri ha suonato in una sala da concerti di Williamsburg, piccolina, raccolta, con un’acustica incredibile e un’atmosfera delle migliori.
Durante il concerto ho sfidato i ragazzoni americani alti 1 metro e 90, sono arrivata quasi sotto il palco e alla fine ho conquistato una scaletta.

Bollettino metereologico: a New York i gradi percepiti sono -2.
Posso con certezza affermare che la marmotta di Punxsutawney non c’ha capito nullla.

Day#82

Oggi, come ha detto qualcuno, posso dire di aver girato l’America.
In realta’ sono arrivata dall’altra parte del fiume, nel New Jersey, terra del Boss e di mr. Buddy Valastro.
Questo in realta’ non appaga la mia frustrazione nell’andarmene da qui senza averla girata veramente l’America, ma ci vuole sempre un buon motivo (o piu’ di uno) per tornare, no?
Dicevo, oggi, spinta dalla grande richiesta di fans italiani, mi sono avventurata nel New Jersey per andare a trovare Buddy Valastro, il Boss delle torte.
Per chi non lo conoscesse (come me d’altronde, fino all’altro ieri), e’ un mastro pasticcere di origini siciliane famosissimo qui come in madrepatria grazie al suo programma tv seguitissimo dove prepara e imbastisce torte tanto burine quanto buone.
La sua pasticceria, la Carlo’s Bake Shop, e’ proprio vicino alla stazione del trenino che mi ha portato qui dal World Trade Center in 10 minuti (la cosa che qui in America si cambia stato come quartiere mi fara’ sempre impazzire).
Comunque sia vengo colpita subito dalla targa della strada dedicata proprio alla bakery: realizzo quindi che Buddy deve essere davvero un guru qui intorno e le mie idee vengono immediatamente confermate quando mi accorgo di essere finita nella fila di gente pronta ad entrare nella tempio – pasticceria.
Mi metto in fila, il vento oggi e’ gelido dopo la nevicata di stanotte (?!?) e quando mi accorgo che entrero’ probabilmente dopo due ore, mi faccio forza, rinuncio alla mia gola insaziabile di dolci e mestamente torno verso Nyc.
Addio Buddy, o forse, chissa’, arrivederci.

Intanto mi scaldo per il concerto di stasera.